Se essere imitati può generare sempre sentimenti di orgoglio, in quanto, implicitamente, l’imitazione sottolinea di per sè la qualità del prodotto imitato, dobbiamo (ahinoi) dire che i prodotti italiani sono tra i più imitati al mondo. Ahinoi, perché quello delle imitazioni è uno dei più grandi problemi dell’economia nazionale. Le imitazioni per quel che riguarda i prodotti italiani assumono nel caso specifico dei prodotti del settore food e dell’agroalimentare DOP; DOCG; IGP, e per le vere e proprie eccellenze del nostro territorio il nome di Italian Sounding e sono definite più in generale contraffazioni per tutte altre categorie di prodotti.
L’impatto di tale fenomeno, non essendo limitato al danno diretto rappresentato dalla sostituzione di prodotti nazionali con altri prodotti contraffatti, deve essere valutato anche in rapporto al pericolo che si sviluppino atteggiamenti di sfavore verso i prodotti italiani, la cui qualità corre il rischio di essere erroneamente percepita inferiore al loro effettivo valore, danneggiando pertanto le attese e le prospettive di diffusione commerciale. È molto difficile determinare il danno causato all’economia nazionale dalle merci contraffate, proprio perché prodotte, acquistate e commercializzate in nero e i dati che riusciamo ad avere per quanto deprimenti devono comunque essere declassati al rango di semplici stime, che spesso e volentieri sono approssimate per difetto.
L’OCSE ha stimato che il commercio di merci contraffatte ha in Italia un impatto negativo sull’economia nazionale pari al 1-2% del PIL. Come dicevamo prima, si tratta comunque di stime in quanto il dato che rivela il valore totale dei beni italiani contraffatti venduti in tutto il mondo è riferito al 2013. Il valore calcolato sarebbe di oltre 35 miliardi di euro che espresso in termini di fatturato equivarrebbe al 4,9% delle vendite di prodotti manifatturieri italiani nel mondo. Un tale flusso anticiclico avrebbe quindi causato 25 miliardi di euro di mancate vendite alle aziende italiane nello stesso anno (2013) quando il PIL italiano ammontava a 1.600 miliardi di euro. Mancati ricavi che si sono tradotti in un minore quantitativo di risorse da destinare alla ricerca e agli investimenti delle imprese italiane e un valore che oscilla tra i 3 e i 5miliardi di euro di minor gettito per il fisco.
L’ OCSE sempre relativamente al 2013 ha analizzato l’impatto del commercio di prodotti italiani falsi, e le conseguenze per l’Italia derivate dall’importazione di beni contraffatti. È venuto fuori un quadro estremamente allarmante: Le importazioni di beni falsi nel 2013 erano pari a oltre 10 miliardi di euro, ossia al 3% delle importazioni, e ciò ha causato un danno agli operatori del settore, soprattutto aziende, di circa 7 miliardi di euro. I prodotti falsi provenivano soprattutto da Cina (50%) e Hong Kong (29%), ma anche da Grecia (6%), Singapore (4%) e Turchia (2%). Sulla base dei numeri espressi si è calcolato che la contraffazione avrebbe causato la perdita di almeno 87.000 posti di lavoro nel solo 2013. Un danno enorme per l’intera economia nazionale. Come difendersi? Come tutelare il nostro paese e la nostra economia? Innanzitutto sarebbe necessario un sistema di norme efficaci che tutelino concretamente i prodotti Made in Italy, un sistema di norme che sia poi inserito anche in convenzioni stipulate con altri Paesi, e poi una maggiore attenzione da parte di tutti al momento dell’acquisto. Tuteliamo il valore dell’italianità, non facciamoci ingolosire da costi estremamente più bassi, chiediamoci dove e a chi vanno i danari che spendiamo e riflettiamo sul fatto che il risparmio che otteniamo al momento dell’acquisto si ripercuote come la scure di un boia su tutta l’economia nazionale e di riflesso sui noi stessi. Compriamo con intelligenza, compriamo con valore, Compriamo Italiano.





