La truffa del pomodoro cinese sulle tavole italiane

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Pomodoro cinese “spacciato” per italiano: il percorso losco dell’ortaggio e lo scandalo umanitario

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Sapevate che l’Italia è il primo paese in Europa nella produzione di conserve di pomodoro? Eppure, secondo uno studio condotto negli ultimi anni, sembra che alcune industrie si riforniscano di pomodoro cinese per produrre il concentrato che poi viene rivenduto a ristoranti e supermercati.

Ad accelerare questo cambiamento sarebbe stata la campagna di raccolta di pomodori del 2020: le cattive condizioni meteo, insieme alla maggiore domanda dei consumatori anche esteri, avrebbero causato una carenza di concentrato italiano.

I pomodori cinesi li importiamo o li esportiamo?

Il pomodoro, originario del Messico e del Perù, è da tempo il re degli ortaggi in Italia. L’Italia è il terzo produttore mondiale di pomodoro fresco per conserve, con un fatturato annuo di 3,5 miliardi, di cui 1,8 proveniente dall’export. Da questi dati, appare evidente che il nostro paese esporta circa il 60% delle conserve di pomodoro. Ciò nonostante, l’Italia importa oltre 145.000 tonnellate di pomodoro in scatola dall’estero, dalla Cina prevalentemente, ma anche da diversi altri mercati mondiali, tra cui USA, Egitto, Spagna, Portogallo e Grecia.

Nei porti italiani di Salerno, Brindisi e Livorno sbarcano ogni giorno numerose navi cargo che trasportano il concentrato di pomodoro proveniente dall’estero, la maggior parte dalla Cina. Una volta in Italia, le ditte di trasformazione dell’ortaggio tramutano il triplo concentrato di pomodoro cinese: lo diluiscono con acqua e sale e lo trasformano in doppio concentrato prodotto in Italia, che è poi venduto, si dice, esclusivamente all’estero.

Già nel 2017, le maggiori industrie conserviere di pomodoro in scatola sostenevano che il pomodoro cinese trasformato in Italia non fosse destinato al mercato nazionale, ma solo alle esportazioni. Avevano anche minimizzato la questione descrivendo il concentrato di pomodoro come un prodotto marginale nel fatturato complessivo dell’industria trasformatrice.

Nel frattempo, sei ditte sono state denunciate per il reato di frode in commercio e oltre quattro tonnellate di pomodoro sono state sequestrate, per un valore complessivo di circa 3 milioni di euro.

Lo sfruttamento degli Uiguri a Xinjiang

Pomodori coltivati dagli Uiguri

Lo scandalo che negli ultimi anni ha riguardato il re degli ortaggi italiani, ossia il pomodoro, ha a che fare con la Cina: lo Xinjiang, Regione Autonoma della Repubblica Popolare Cinese è una regione dedicata completamente alla coltivazione di pomodoro. I loro pomodori vengono raccolti e poi lavorati in fabbriche con sede nello stesso territorio e trasformati in triplo concentrato, tutto destinato all’esportazione. Il principale importatore del concentrato di pomodoro cinese è proprio l’Italia.

C’è da chiedersi come mai il nostro paese, primo produttore ed esportatore di pomodoro in conserve, sia anche il primo a importare pomodoro cinese.

Uno dei principali motivi è ovviamente quello economico: il pomodoro triplo concentrato cinese è molto meno costoso di quello italiano. C’è da dire che il prezzo sul mercato delle conserve dipende dalla manodopera, che in Cina è a livelli bassissimi, sia produttivi sia umanitari. Lo Xinjiang, secondo un’indagine delle Nazioni Unite,impiega lavoratori minori e provenienti da minoranze etniche, internati in campi di rieducazione, praticamente prigionieri. Il governo cinese sfrutta i lavoratori, pagando pochissimo la manodopera e attuando un vero e proprio sistema di repressione ai danni di questa minoranza etnica, gli Uiguri. L’impiego, sulla carta, è definito come “volontario” da parte di questa popolazione, ma la realtà appare ben diversa: “chi non accetta il lavoro nei campi viene inizialmente multato”, racconta un lavoratore dei campi di pomodoro dello Xinjiang, riuscito a scappare dal paese, “se la multa non viene pagata, le autorità possono confiscare terreni, bestiame, abitazioni, o, in alcuni casi, arrestare queste persone”.

L’allarme umanitario sui coltivatori cinesi si è via via fatto sempre più rumoroso, comprendendo nel sistema di sfruttamento non più solo il governo cinese, ma anche le industrie italiane che comprano le conserve di pomodoro da lì. “Con il loro comportamento le aziende si rendono complici della campagna di repressione di Pechino nei confronti degli Uiguri”. È per questa ragione che, negli ultimi anni, molti paesi, tra i quali gli Stati Uniti, hanno vietato l’importazione di prodotti provenienti dallo Xinjiang.

La violazione del Made in Italy

Tutta questa questione va ovviamente a danneggiare il valore mondiale del Made in Italy, oltre ad essere un illecito che ha ovvie ripercussioni sulla reputazione della filiera italiana. Inserire la dicitura Made in Italy quando in realtà si sta vendendo un prodotto estero, in questo caso cinese, è un illecito. Lo standard qualitativo italiano e la sicurezza alimentare dei prodotti non può e non deve essere in nessun modo screditato. Inoltre, gli standard dell’agricoltura cinese in relazione all’utilizzo di fitofarmaci sono più bassi di quelli consentiti dall’Unione Europea. Quindi, i prodotti cinesi saranno sicuramente più economici, ma altrettanto meno salutari!

La blockchain può essere la soluzione?

Il problema però non può essere banalmente risolto attraverso una maggiore consapevolezza del consumatore che sceglie più attentamente che prodotti comprare, non guardando più solo al prezzo ma anche alla provenienza. Secondo le indagini sulle frodi compiute nel settore, il percorso del pomodoro cinese in Italia è pressoché invisibile, o comunque lo è per i consumatori.

Bisogna trovare quindi delle soluzioni appropriate sia per tutelare la produzione del pomodoro di vera qualità italiana sia per offrire ai consumatori una garanzia che gli consenta di verificare autonomamente la provenienza, il trasporto e la lavorazione del prodotto che sta acquistando.

Una soluzione potrebbe essere la piattaforma di nuova tecnologia blockchain, ovvero un registro di distribuzione digitale, nel quale si registrino tutte le transazioni e di eventi legati al settore produttivo agroalimentare, che una volta certificati dal sistema blockchain non possono essere modificati.

Il progetto è ancora in fase di approvazione, quindi per il momento: occhi aperti a ciò che acquistate.

Difendiamo i prodotti italiani!

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